Cultura e folklore

L’economia pastorale dei Sibillini: tra storia e attualità

Per millenni la vita economica di Castelluccio è stata scandita dal pascolo. Cosa ne è dell'economia pastorale oggi?

Per millenni la vita economica di Castelluccio è stata scandita dal pascolo: i vecchi statuti comunali erano tutti incentrati sulle regole della pastorizia. Basti pensare che addirittura una delle più belle statue della nostra chiesa, la Madonna in Trono con bambino,  commissionata dalla comunità di Castelluccio nel lontano 1499 a Giovanni Antonio di Giordano fu pagata con la vendita di 112 pecore che al cambio di allora davano 112 fiorini d’oro.

Fino a tutto il 1950 l’economia di Castelluccio e del Vissano, praticamente tutta la popolazione dei Sibillini viveva con il lavoro che scaturiva dall’allevamento della pecora.  In queste montagne fino ad allora vi erano due tipi di pastorizia, e due tipi di pastori: quella dei mercanti di campagna, i quali avevano migliaia di pecore e avevano una quota di montagna ciascuno nei sibillini per pascolare in estate e una tenuta nella Maremma Romana dove portare le loro pecore a svernare; e quella dei piccoli proprietari di pecore.

La maggior parte delle pecore che in estate pascolava sui monti Sibillini era dei mercanti di campagna: si trattava di alcune famiglie patrizie Romane, come gli Orsini, i Borghese, I Guglielmi, i Colonna ed altre, che avevano delle grandi tenute nell’Agro Romano dove in inverno portavano le loro pecore a svernare.  Con l’Unità d’Italia molte di queste famiglie patrizie persero parte delle loro proprietà e d’importanza, di rimando molti pastori locali,  ebbero la possibilità di progredire economicamente e nacquero nuovi mercanti di campagna come i Ghezzi,i Rosi,  i Sili, i Calabresi, i Viola, i Graziosi, Piscini, Sacchetti ed altri.  Questi mercanti avevano come pastori gente dei Sibillini e nella loro masserie il mestiere di pastore era regolato da regole che si tramandavano di generazione in generazione.

 Il capo della masseria era il  Vergaro, corrispondeva direttamente con il padrone delle pecore e aveva pieni poteri su tutto i pastori; mentre il cascere (casaro) era l’addetto alla trasformazione del latte in formaggio e ricotta, doveva essere una persona di provata esperienza e bravura. C’erano poi i pastori delle pecore lattare, anche questi dovevano essere pastori di grande esperienza,  generalmente erano uomini anziani, mentre il buttero, era addetto al trasporto del formaggio e della ricotta appena fatta alla casciara per la salatura e aveva anche il compito di portare in città per la vendita, la selvaggina che i pastori catturavano in campagna, e al ritorno in masseria passava al forno per prelevare le spettanze del pane per i pastori. Il cavvallaio o mularo,  si occupava della custodia, della domatura e dell’allevo di cavalli e muli per il fabbisogno della masseria, in particolare doveva accudire  il cavallo del Vergaro, il più importante della masseria. I bagaglioni erano gli addetti alla logistica e il montonaio, era il pastore  addetto alla custodia dei montoni, mentre l’agnellaio, di solito era un pastore giovane in quanto le agnelle che sono le pecore d’allevare e per la loro giovane età sono portate a camminare molto.  Infine “lo Scortarellaio” era il pastore, generalmente uno dei più anziani della masserie  che aveva il compito di curare tutte le pecore che diventavano zoppe, più in generale tutte quelle ferite e quelle malate e  “Li Biscini” I biscini erano dei ragazzi molto giovani, avevano il compito di aiutare tutti i pastori nella varie funzioni della giornata. Quella del “Biscino” era la qualifica più faticosa della gerarchia pastorale, in quanto era il servo di tutti i pastori.  Ne parlo per esperienza personale in quanto per due anni sono stato “Biscino” anni 1965/1966 con la masseria di Ghezzi. Un esperienza indimenticabile, la ricordo con molta nostalgia.

Queste masserie occupavano moltissimi pastori, nei primi anni del 1900 fossero impiegati come pastori tra Castellucio Visso e Ussita alcune centinaia di pastori. Fare il pastore in una di queste masserie era molto ambito in quanto si percepiva uno stipendio e una razione viveri che permetteva loro di mangiare abbastanza bene tutti i giorni e di fare anche un qualche economia sul vitto e di mantenere la famiglia. Inoltre il pastore al servizio con queste masserie sapeva dove era il posto dove lavorava e aveva un posto dove dormire, inoltre avevano diritto un velo  di lana al momento della carosa e le pelli delle pecore che morivano durante l’inverno, poco prima della transumanza verso la montagna, venivano divise tra tutti i pastori, questa regola serviva a giustificare verso il padrone il numero delle pecore.

I PICCOLI PASTORI CASTELLUCCIANI 

A Castelluccio e negli altri paese dei Sibillini vi era un altro prototipo di pastore che era del tutto differente sia come carattere, sia come modo di vivere e soprattutto nella gestione di un branco di pecore.  Si trattava di piccoli proprietari di pecore, che mal sopportavano stare al servizio di qualcuno, si consideravano uomini liberi al pari dei grandi latifondisti, padroni di migliaia di pecore: orgogliosi del loro status e sempre pronti a portare le loro pecore a pascolare nelle montagne di questi mercanti, in quanto consideravano tutti i pascoli nelle montagne di Castelluccio cosa loro, non disdegnavano la concorrenza sleale per la vendita dei loro prodotti.  Questi piccoli proprietari in estate a Castelluccio facevano una vita discreta, ognuno aveva la propria famiglia e la sua piccola casciara e cantina per la salatura del formaggio e della ricotta, quando erano a Castelluccio questi piccoli pastori salavano e essiccavano anche la ricotta in quanto a Castelluccio in quei anni era impossibile vendere la ricotta appena fatta. Durante l’estate cercavano di vendere i loro prodotti portandoli alle fiere o a qualche commerciante. Quando arrivava l’inverno ed era ora di partire per qualche posto dove portare le loro pecore formavano delle soccite in due o tre o quattro di loro in modo da formare un certo numero di pecore e insieme agli altri avere più possibilità di trovare delle piccole tenute dove pascolare per un breve periodo. A proposito di queste soccite  a Castelluccio c’era un detto che diceva:

“In autunno quando si fanno le soccite litigano i cani, in primavera quando tornano a Castelluccio litigano i padroni dei cani.  In autunno oltre che mischiare le pecore si mischiano anche i cani dei vari padroni e i cani per un paio di giorni litigano tra loro per stabilire quello che è il capo branco, mentre in primavera quando tornano a Castelluccio litigano i padroni in quanto si dividono e si fanno i conti della stagione passata i conti non tornano e allora i padroni litigano”.

Questi piccoli proprietari, quando in autunno si apprestavano a lasciare Castelluccio per portare le loro pecore a svernare da qualche parte non sapevano di preciso dove andavano, e cosi i loro famigliari che non sapevano di preciso dove si trovavano i loro congiunti con le pecore. Si incamminavano con le pecore lungo la Valnerina, un mulo con un carretto con sopra le loro cose, dove si faceva notte preparava le reti per rinchiudere le pecore staccava il mulo dal carretto e sotto di esso preparava  giaciglio per dormire, mungeva le pecore e aspettava l’alba per rimettersi in cammino.  Dopo qualche giorno di cammino arrivavano nella zona di Spoleto, Foligno, Todi, Orvieto, Terni,  Massa Martana Orte, di rado nel viterbese, o maremma romanna, contrattavano con i vari contadini il pascolo dei loro terreni barattandoli con una certa quantità di formaggio. E via cosi da contadino a contadino fino alla primavera o quando a Castelluccio la neve lasciava il posto al pascolo, certi anni si tornava ad aprile altri anni anche a Marzo. Durante il periodo invernale passato fuori Castelluccio questi piccoli pastori erano sempre in movimento alla ricerca dell’erba per le loro pecore, tutte le loro cose  erano sopra al carretto e il carretto era anche la loro casa in quanto di notte il loro giaciglio veniva preparato sotto di esso. In questo periodo di lontananza da Castelluccio e in perenne movimento il piccolo pastore mungeva le sue pecore la sera e la mattina. Al mattino  faceva il formaggio e la ricotta, fatto il formaggio una parte veniva dato al contadino come pagamento dell’erba quello rimasto si salava e si metteva da parte con la speranza di venderlo subito.  L’affidamento maggiore che questi piccoli pastori facevano era la vendita della Lana in estate e la vendita degli abbacchi in autunno a Castelluccio. Quando tornavano a Castelluccio a Marzo/Aprile le pecore non erano state tosate in quanto ancora a Castelluccio fa freddo. A Giugno si iniziava la tosatura, la lana veniva pressata dentro a grossi sacchi, finita la tosatura veniva un signore rappresentante delle filande del nord Italia a comprarla. Allora la lana era una risorsa alla quale tutti i piccolo padroni di pecore facevano affidamento, riuscire a mettere da parte i soldi della vendita della lana era un grande successo.

TRANSUMANZA DA RIVALUTARE

La vita pastorale a Castelluccio ruotava intorno a due date, il 29 settembre e 8 maggio. Dal giorno 29 settembre nell’altopiano di Castelluccio questa data segnava l’inizio del pascolo libero in ogni dove e era  la data canonica dell’inizio della transumanza. Il pascolo libero durava dal 29 settembre al giorno 8 maggio. Dall’otto di maggio ogni pastore doveva pascolare nel suoi pascoli. I mercanti di campagna per salvaguardare i loro pascoli avevano al servizio dei guardiani che controllavano giornalmente che nessun pastore sconfinasse.

Dopo l’otto di maggio i pascoli erano controllati attentamente dai guardiani e l’erba, alla fine del mese era ottima per soddisfare la fame delle pecore che erano a maremma dove l’erba era già secca da un pezzo. Alla fine di Maggio le grandi masserie di pecore che avevano passato l’inverno  nelle maremme iniziavano la transumanza verso la montagna. Le masserie che durante l’inverno erano nelle tenute a sud di Roma usavano la strada Salaria per raggiungere i monti Sibillini. Ogni giorno si percorrevano 20 km circa.  Mentre le masserie di pecore che avevano passato l’inverno nella maremma a nord di Roma per la transumanza dalla maremma alla montagne del Sibillini percorrevano la strada Flaminia fino nei pressi di Narni/Terni poi prendevano la Valnerina . In autunno la transumanze avveniva all’inverso.

I piccoli pastori Castellucciani, quando in autunno inoltrato, a volte quando la neve non cadeva restavano anche fino a dicembre, di solito percorrevano strade secondarie, mulattiere e viottoli di campagna. 

SPOPOLAMENTO E PERDITA DELLE TRADIZIONI

Nell’anno 1966 ero “biscino” con la masseria del signor Ghezzi, a settembre avevamo lasciato la montagna e giunti a Visso a bordo di alcuni autotreni le pecore furono portate alla tenuta chiamata “La Riccia” vicino a Bracciano, durante l’inverno il signor Ghezzi ci comunicò che stava vendendo le sue pecore, erano tutte di razza “ sopravvissana” , il prezzo della lana era calato di molto, queste pecore davano un ottimo latte ma poco, inoltre i pastori iniziavano a scarseggiare, quelli che andavano a riposo in pensione non venivano rimpiazzati dalle nuove generazioni in quanto era iniziata l’industrializzazione e molti giovani aveva preso la strada delle fabbriche.  Molti mercanti di Campagna già avevano venduto le loro pecore e al posto di queste da qualche tempo era iniziata l’invasione delle pecore sarde provenienti dalla Sardegna, queste pecore facevano molto più latte e la loro gestione era molto più economica delle pecore “sopravvissane”, e i pastori delle pecore sarde erano tutti provenienti dalla Sardegna e tutte le aziende erano a conduzione famigliare. 

In poco tempo la millenaria economia pastorale con tutte le sue usanze, tradizioni e regole fu spazzata via. Rimase la denominazione “Formaggio pecorino Romano”  fatto con latte di pecora non più sopravvisana. Oggi quello che conta e il modo di come si fa, il prodotto di  base non conta più.  Dopo qualche anno i pastori sardi si sono stabilizzati nell’agro romano a nord di Roma e anche nella bassa maremma toscana. Nelle nostre montagne dopo una fugace apparizione durata qualche anno hanno ritenuto che non era pascolo buono per le loro pecore. Ai sardi fecero subito seguito pastori abbruzzesi, di nuove generazioni, non quelli che praticavano la transumanza Abbruzzo /Tavoliere delle Puglie, che favoriti dalla loro Regione con cospicui contributi dati a doppie mani , occuparono con affitti vantaggiosi tutte le montagne rimaste libere a Castelluccio.  Migliaia di pecore tornarono a pascolare le nostre montagne custodite da pastori Macedoni, Albanesi, Bulgari e Rumeni. Uno due pastori per custodire migliaia di pecore, ora non ci sono più  regole, ne tradizioni e usanze da rispettare. 

Ultimamente si sono costituite delle società che per ricevere i contributi messi a disposizione della Comunità Europea,  dal governo Italiano e regionale sono riuscite ad affittare molti  terreni e montagne disponibili,  questo fiume di danaro in contributi, secondo me, fa in modo che le risorse che potrebbero scaturire dalla conduzione delle pecore come prima del 1960 non venga attuato. Adesso a Castelluccio con lo sviluppo del turismo vendere la ricotta è il formaggio è un vero affari, la lana se rivalutata e convogliata in apposite nuove filande con tecnologie avanzate potrà produrre dei filati idonei a confezionare capi di abbigliamento dalla stessa caratteristica del Kashimir. 

Magic Mountains è un progetto divulgativo per scoprire la magia dei Monti Sibillini e il suo ricco patrimonio culturale, fonte inesauribile di storie, miti e leggende entusiasmanti. Se sei un esperto di questi temi, condividi con noi la tua storia scrivendoci a info@magicmountains.it