Miti e Leggende

Le fate tra danza, seduzione e femminilità

Chi sono le fate? E qual è il loro ruolo nella cultura popolare? Un approfondimento sulla storia di queste creature magiche dall'antichità fino ai giorni nostri.

Secondo la tradizione locale, la Sibilla era una fata buona e saggia, sapeva vedere nel presente, nel passato e nel futuro. Era esperta in tanti ambiti, dall’agricoltura all’artigianato e conosceva le qualità medicinali delle erbe. Molti erano quelli che si recavano da lei per ricevere preziosi consigli.

Circondata da fate, essa permetteva a loro di scendere a valle per insegnare a filare e tessere alle fanciulle del posto, ad insegnare a tutti scrivere e leggere e ad accudire i bambini. 

Alla Sibilla ed alle sue ancelle, descritte come giovani donne di bell’aspetto, vestite con lunghe gonne da cui spuntavano zampe di capra, piaceva molto il ballo. Appropriandosi segretamente dei cavalli dei residenti le fate raggiungevano nelle notti di plenilunio le piazze dei paesi situati alle pendici del Monte Vettore – Castelluccio, Rocca e Foce -, per ballare con i giovani pastori ed insegnargli l’arte della seduzione, che sarebbe poi servito a loro per corteggiare le ragazze, prendere moglie e trovare quindi il loro posto nella comunità.

Si attribuisce alle fate di aver insegnato ai valligiani il ballo del saltarello e di averne inventato alcune figure. Si danza in coppia e prevede tre fasi principali (lo “spuntapè”, il “giro” e il “filò”), le quali mimano un corteggiamento amoroso tra uomo e donna. Specialmente la figura dello “spondapé” (spuntapiede) ricorda molto lo scalpitare delle capre.

Secondo le credenze popolari le fate uscivano di notte, ma dovevano ritirarsi in montagna all’interno della grotta, prima del sorgere delle luci dell’alba, pena diventare vecchie e brutte ed essere escluse per sempre dal regno incantato della Sibilla. In una delle tante leggende sulle fate si racconta che in una notte, durante la quale si erano attardate nei balli a Castelluccio, furono sorprese dall’alba e costrette ad una precipitosa fuga verso la grotta (“La grotta delle fate”): a questo evento la leggenda fa risalire la formazione della Strada delle Fate, una faglia che attraversa orizzontalmente la costa del Monte Vettore.

In alcuni detti popolari sopravvive il ricordo di queste misteriose creature quando si dice:

Quanto sono belle queste fate, però jè scrocchieno li piedi come le capre.”

Da questa abitudine delle fate di avere contatti  con il mondo che le circondava nasce anche il tema del mito dell’amore che le legava agli uomini. Quest’ultimi, una volta entrati in contatto con loro, sarebbero stati sottratti al loro mondo, abbandonando così la sorte di semplici mortali, ed investiti di una sorta di immortalità che li avrebbe lasciati in vita fino alla fine del mondo, così come succedeva alle fate, ma costretti a vivere nel sotterraneo regno della Sibilla. 

Tra le fonti orali riportati (da Giuliana Poli):

“Le fate erano tanto belle, iavano (andavano) a ballà (ballare) lì alla Rocca, e se li ragazzi le toccavano, ce ballavano, questi sparivano, volavano! Venivano infatati”. 

“Venivano infatati” fa esattamente cenno al fenomeno che, nella tradizione irlandese dei fairy tales, è noto come Changeling. Il contatto con l’altro mondo delle Fate, che avviene prevalentemente tramite la danza, conduce il mortale che lo compie a una sparizione, a una perdita di sé, a una dispersione nell’incanto."

Cesare Catà

Le fate sibilline furono demonizzate per lunghi secoli dalle prediche di frati e preti e costrette a rifugiarsi nelle viscere della montagna e costrette ad entrare a far parte del mondo invisibile. Secondo la ricerca dell’antropologo Polia gli abitanti delle zone imputano la scomparsa delle fate ad una sorta di “scomunica” inflitta loro dalla Sibilla che volle punirle per aver incautamente mostrato le loro parti caprine.

Secondo alcuni però, le fate popolano ancora oggi i Monti Sibillini e prova ne sarebbero le treccioline delle criniere delle cavalle che si divertono ad intrecciare di notte  e gli avvistamenti di luci dopo il tramonto lungo i crinali delle montagne che si muovono dolcemente.

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